Sono le 0915 del 16 marzo 1978. La strage di via Fani, con l’uccisione dei cinque uomini della scorta di Aldo Moro, si è appena consumata.Il presidente democristiano, trascinato via a forza dalla auto blu, è stato letteralmente caricato su una delle vetture impiegate dai brigatisti, identica a quella guidata all’appuntato Domenico Ricci e che pochi attimi prima aveva imboccato via Stresa. E sono proprio i corpi esamini di Domenico Ricci, Oreste Leonardi, che viaggiavano con Moro, e dei tre poliziotti dell’auto di scorta-Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi-a giacere esamini a terra. Sono stati falciati ancora a bordo delle rispettive auto da un centinaia di proiettili sparati da un commando di terroristi disposti, con tattica tipicamente militare, sui due lati di via Fani. Praticamente nulla la reazione. Le armi in dotazione ai cinque uomini della scorta erano quasi tutte rimaste nel portabagagli. Si accerterà che 49 dei 93 proiettili trovati sul luogo della strage sono partiti da una unica arma. Ad imbracciarla un killer spietato e quanto mai addestrato. Capace di colpire agenti e carabinieri, lasciando letteralmente illeso Aldo Moro. Nessun brigatista rosso sarebbe stato capace di fare altrettanto ed oggi, a distanza di 40anni, il nome di quel killer resta ignoto, come ignoti sono rimasti coloro che hanno gestito tempi e modi della strage e del sequestro dello statista democristiano. Quando giungo sul posto ho netta la sensazione che quelle povere vittime, come sarà in questi 40 anni per Moro, non avranno mai giustizia. Tutto troppo facile, troppo scontato e tra i tanti rappresentanti delle istituzioni che per tutta la mattinata continueranno ad affluire in via Fani, si avverte più un senso di curiosità che vero e proprio sgomento o partecipazione al dolore. Tra quel “pubblico” si aggirerà per ore, alla ricerca di qualche risposta che non avrà, Eleonora Moro, la moglie e presto vedova del presidente della Democrazia Cristiana, l’uomo del compromesso storico, con il Pci, soluzione mai condivisa da Washington ma anche osteggiata da Mosca preoccupata di perdere un “alleato” per decenni fedele e sino a poco tempo prima prono ai suoi desidera. Tra quanti si aggirano tra i cadaveri dei cinque uomini della scorta ci sono, e rimarranno sul posto per ore, anche Patrizio Peci, e altri componenti il commando dei brigatisti. Indossano divise celestine, analoghe a quelle sfoggiate in quel tempo dagli steward dell’Alitalia. Mentre polizia e carabinieri “regolano” quella fiumana di curiosi, giornalisti, cameramen, fotografi, nessuno degli inquirenti sopraggiunti nel frattempo in via Fani, si chiede o tantomeno chiede ai diretti interessati, cosa ci facciano e chi siano, gli strani “steward”, eppure del più importante di loro, Patrizio Peci, sono noti i suoi trascorsi da terrorista rosso. Trascorsi che una volta “pentitosi” sarà lo stesso Peci ad arricchire di particolari nelle “confessioni” rese agli inquirenti. Ma in quelle confessioni ci saranno dei “vuoti”, non certamente casuali: riguarderanno soprattutto il “prima” della strage di via Fani e del sequestro Moro. Quegli stessi “silenzi” che continuano a scandire, i racconti di Mario Moretti, Valerio Morucci, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore. Le ultime “bufale” le hanno propinate ad un giornalista di razza, come Andrea Purgatori, che per il 4omo della strage ha mandato in onda su LA7 uno speciale che non ha offerto un solo elemento di novità ma soprattutto di verità sull’agguato e sul sequestro. Ma neppure il voluminoso lavoro della apposita commissione parlamentare è riuscito a scardinare il muro di omertà istituzionale. E sei processi non hanno dissipato una serie incredibile di incongruenze e fin troppo evidenti contraddizioni. A partire da quegli strani personaggi che la mattina della strage si aggirano in via Fani. Tra questi il colonnello del Sismi, Guglielmi, legato al generale Musumeci (poi condannato per diversi depistaggi ndr), che interrogato dagli inquirenti, spiegherà, di essersi trovato quella mattina del 16 marzo, verso le 0900 a via Fani, perchè “invitato a pranzo” da un suo amico. Naturalmente alle nove del mattino, che solitamente a Roma, è da sempre l’ora del pranzo e non del cappuccino!
Ma sul luogo dell’agguato quella mattina non potrà non trovarsi Antonio Nirta, il boss della ‘ndrangheta, che riteniamo abbia avuto un ruolo operativo e determinante nell’agguato, sia nella fase preparativa che esecutiva. Del resto è impensabile che una parte del commando sia spuntata improvvisamente dal nulla in via Fani e non abbia goduto di una base vicina, probabilmente in uno dei residence della vicina via Stresa. Ma non ci risulta che al riguardo sia mai stato effettuato un sopralluogo. Quasi che avvicinarsi alla verità a vrebbe potuto sconvolgere, da subito, i piani del manovratore!
Romano Tripodi

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