Le dune di Sabaudia travolte dalla furia del mare e da anni di indifferenza

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Sabaudia ed il Circeo rischiano di perdere il loro bene più prezioso: quegli oltre venti chilometri di spiaggia e di duna del quaternario drammaticamente impoverite dalla furia del mare che in questi giorni ha flagellato la fascia costiera da Capo Portiere e dalla Bufalara sino al Canale Romano, all’altezza di Torre Paola. Un disastro senza precedenti al quale il Comune ed il Parco Nazionale del Circeo cercheranno di porre riparo, unitamente alla Regione, con la proclamazione dello stato di calamità naturale. Ma se alle parole non seguiranno, a breve, interventi strutturali, la prossima stagione balneare sarà decisamente a rischio. Non soltanto per gli stabilimenti ma anche per chioschi e ristoranti. In realtà la duna e le spiagge pagano anni, forse decenni, di vuoti istituzionali; di progetti esibiti e mai attuati, secondo la vecchia logica che la natura avrebbe fatto come sempre il suo corso ed avrebbe rimesso a posto le cose restituendo a sabaudiani e turisti quelle centinaia di metri di arenile spazzati via dalle mareggiate che un tempo invernali oggi sono diventate anche primaverili raddoppiando la loro forza d’urto e quindi l’impatto distruttivo sino alla sovrastante strada lungomare.

Negli ultimi 20 anni abbiamo raccolto ripetutamente il grido d’allarme deglioperatori ma alle loro richieste di aiuto vero non sono mai seguiti interventi reali, su progetti che  erano stati gli stessi operatori a prospettare, in base ai risultati conseguiti in altre località marine afflitte da un’emergenza analoga.

Ricordiamo, in particolare, il sistema di barriere soffulse, ripetutamente illustratoci da Franco Natale, allora presidente dell’Ascom, oltre storico titolare, insieme ai fratelli, del ristorante “Lo Scoglio”. Una barriera di piramidi in calcestruzzo semisommerse in acqua, ad una ventina di metri dalla battigia, così da creare uno sbarramento alla furia del mare ed al tempo stesso con la capacità di porsi come habitat naturale dei pesci, inserendosi così a pieno titolo, difendendolo, nell’habitat marino senza minimamente sconvolgerlo. Una sorta di “uovo di Colombo” che un ambientalismo amorfo ha sempre contestato mentre spiaggia e duna continuavano ad impoverirsi drammaticamente.

Romano Tripodi



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