Mi sono trovato in via Fani, quindici minuti dopo la strage della scorta e del sequestro di Aldo Moro. Questo il racconto scritto quella mattina del 16 marzo 1978 per l’Agenzia giornalistica Italia, presso cui ero stato assunto l’anno prima insieme all’intera redazione esteri dell’Associated Press.
“Abito a duecento metri da via Stresa, da un paio di giorni. E’ un luogo appartato, con gente dell’alta borghesia romana e piuttosto silenzioso. Ho un appuntamento al centro e nonostante sia andato a letto tardi, debbo alzarmi relativamente presto. Esco dall’appartamento in cui vivo alle 09.15 circa ed ho un solo pensiero: prendere un caffè e so che il bar più vicino (il bar Olivetti che risulterà chiuso per cessata attività ndr) dista almeno quattrocento metri. La mattinata, anche se non radiosa, ha quell’aria fresca che invoglia a camminare. Il tempo di fare un centinaio di metri, giungere davanti ad una stazione di servizio della Mobil ed ho la prima sensazione del dramma che si è consumato. La proprietaria della lavanderia “Fani”, una donna piuttosto magra che conosco di vista, si regge allo stipite del negozio; intorno a lei una ragazza ed un paio di commessi della vicina pasticceria. Lo sguardo va immediatamente al crocevia tra via Fani e via Stresa: è un accorrere di gente ma soprattutto un’agghiacciante scena di morte. Spicca, posta di traverso, a ridosso del marciapiede, una vettura presidenziale con le portiere aperte. Davanti, riversi e coperti di sangue, due agenti. Dietro, sul sedile posteriore, una cartella piena di documenti ed alcuni fogli sparsi sulla tappezzeria. Saprò tra pochi istanti che è la macchina dell’on. Moro. Davanti ad essa una 128 bianca con targa Corpo Diplomatico, La gente, o almeno una parte, parla di rapina e soltanto qualche minuto dopo comincia a pronunciare il nome di Moro. Sono circa le 09.25 quando le sirene delle prime Alfa della polizia sopraggiunte, fendono l’aria. Poi il sopraggiungere delle ambulanze. A terra decine di bossoli ed alcuni berretti blu, di foggia militare. La gente parla di uomini in divisa che hanno aperto il fuoco con i mitra contro l’auto di Moro e quella della scorta che la tallonava.
Colgo qualche impressione al volo tra le persone che si sono trovate direttamente vicine al luogo dell’imboscata ed emergono alcune circostanze. L’ uomo che era al volante dell’auto dei terroristi, con targa Cd e che ha sbarrato la strada alla 130 blu dell’on. Moro, compiuto il massacro, ha aperto con calma la portiera; si è abbottonato il soprabito marrone che indossava ed è salito su una delle auto dei complici, in attesa in via Stresa. “Era calmissimo come se quanto accaduto non lo riguardasse ed è stata propria questa calma ad agghiacciarmi, a farmi capire che anche lui faceva parte del comando dei terroristi”. Chi parla è un uomo sulla cinquantina; è stato svegliato dal crepitio dei mitra (avevano sparato per una ventina di secondi spiega ndr) e si è precipitato prima al balcone e poi, il tempo di vestirsi in strada. L’uomo ha praticamente visto il capitolo successivo alla strage.
Romano Tripodi
16 marzo 1978
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