Ho letto su “7”, l’inserto settimanale del Corriere della Sera, la bella e ricca intervista di Paolo Baldini a Massimo Ranieri. Di Massimo, che ho conosciuto quando ragazzo venne a Roma, per iniziare una carriera che ne avrebbe fatto un grande della canzone italiana, c’è tutto o quasi tutto. La vita di stenti insieme alla numerosa famiglia; l’aiuto concreto che, fin da piccolo, cercò di dare a genitori e fratelli, facendo i mestieri più umili e vari. Ma fra i tanti ricordi ne manca uno fondamentale: un pensiero per Enrico Polito, il raffinato musicista calabrese, compositore, pianista ed a sua volta cantante, che lo scoprì nella trattoria di Napoli dove era solito, con la sua voce, intrattenere i clienti. Era il 1964. Polito, che alcuni anni prima aveva lasciato la natia Reggio Calabria, per cimentarsi come cantante e compositore a Roma, intrecciando da subito rapporti di amicizia e collaborazione artistica con Domenico Modugno, Migliacci- che avrebbe legato invece per sempre il suo nome a Gianni Morandi- Totò Savio, e Bigazzi, intuì subito, ascoltando per la prima volta Gianni Rock, l’allora nome d’arte di Massimo Ranieri, di trovarsi di fronte ad una voce potenzialmente unica. Un artista, appena quattordicenne, dotato di una estensione timbrica unica, un Tom Jones nostrano ed in erba, cui potevano aprirsi le porte del paradiso canoro! Il Maestro convinse i genitori di Massimo e soprattutto la madre, a seguirlo a Roma. Era il 1965, e da quel momento il raffinato compositore calabrese, che aveva adattato a sala d’incisione, la villetta di Casal Palocco in cui viveva, cominciò l’opera di trasformazione del ragazzo del Pallonetto, partendo da un nome d’arte diverso che facesse immediatamente presa sul pubblico. Cancellato Gianni Rock, nacque Massimo Ranieri, cognome che, contrariamente a quanto si è pensato e scritto per anni, fu suggerito da Gianni Ranieri, un brillante giornalista di Paese Sera, cui l’ormai ex Gianni Calone, fu presentato da Gianni Melli, il collega e rimpianto amico, che per anni avrebbe curato per la stampa, con risultati a dir poco brillanti, l’immagine della nascente stella della canzone italiana. Cambiato il nome, ecco profilarsi l’esigenza di una canzone, che colpisse, da subito, nel segno. All’inizio del 1966 nacque “Rose rosse”, un brano che costituì musicalmente una sorta di rivoluzione. Aboliti fiati e percussioni, Polito, scrisse una musica scandita unicamente del suono dei violini, affidandone il testo a Bigazzi, l’autore e paroliere toscano, che firmerà insieme al compositore calabrese molti dei successi di Massimo Ranieri. Ma prima di incidere “Rose rosse” Polito volle che fossimo noi, amici suoi e di Massimo, a giudicarlo. E ricordo ancora, come se fosse ieri, le serate trascorse ad un tavolino del bar Ciampini, in via Gregorio VII, ad ascoltare, da un piccolo registratore Geloso, il brano. Ne intuimmo immediatamente la bellezza e l’armonia,cui Ranieri, con la potenza della voce, dette forte espressività, facendone un successo di critica e di pubblico.Ed il mercato ci dette ragione: del 45 giri vennero vendute 750mila copie, un primato mai raggiunto sino a quel momento nel mondo della canzone italiana! Per Massimo Ranieri, che non aveva ancora sedici anni, fu l’inizio di un successo inarrestabile. A “Rose rosse” sarebbero seguiti “Vent’anni”; “Erba di casa mia”, “Via del Conservatorio”che Ranieri riproporrà nel suo nuovo album di uscita imminente; “Se bruciasse la città”.
Un sodalizio, quello tra Enrico Polito e Massimo Ranieri, che sarebbe durato, ininterrottamente sino al 1976, quando, dopo aver venduto 15 milioni di dischi, Massimo, stregato dal Cinema e dal Teatro; avrebbe dato un taglio netto alla canzone per vivere la sua seconda età artistica, avendo per Maestri, registi come Mauro Bolognini, Giuseppe Patroni Griffi, Maurizio Scaparro, Giorgio De Lullo, Romolo Valli e Strehler!
Romano Tripodi

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