Un giovane Aldo Moro, don Luigi Benedetti e le sante messe seguite nella chiesa- oratorio di San Filippo Neri

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A Roma, in via Sforza, alle spalle di Santa Maria Maggiore, tra via Baccarini e via Paolina, sorge la Chiesa-Oratorio di San Filippo Neri. E’ a poca distanza dal Monastero delle Oblate dedicato proprio a San Filippo Neri ed oggi sede dell’Ufficio Roma 1 dell’Agenzia delle Dogane. E’ in questa piccola chiesa-oratorio, affidata alle cure di don Luigi Benedetti, che ne aveva fatto un accogliente centro di aggregazione per tanti ragazzi della vicina scuola Media Manin, in via Farini e del più blasonato Umberto I, il liceo Classico poi ribattezzato Pilo Albertelli,  che era solito venire a messa ogni domenica, Aldo Moro. Lo vedevamo percorrere da solo, a piedi, naturalmente senza scorte via Paolina. Aveva una quarantina d’anni ma ne dimostrava decisamente di meno. Da lì a qualche anno, esattamente nel 1959, sarebbe  stato eletto segretario della Dc. E risale a quel periodo la mia prima e fugace conoscenza dello statista, lo scambio di una cortese saluto a distanza al termine della santa messa che seguiva con noi nella piccola navata centrale della Chiesa di San Felippo Neri dopo essersi confessato. In realtà l’unico con cui l’illustre ospite amava trattenersi era don Luigi Benedetti cui lo legava, questa era la nostra impressione, una bella amicizia.

Nella mia intensa vita professionale avrei incontrato Aldo Moro altre volte e sempre per semplici casualità. Non occupandomi come picture editor prima e newsman dell’Associated Press di servizi parlamentari e di politica italiana in genere, ma curando soprattutto i servizi esteri, non ero solito frequentare nè le sedi dei partiti nè i loro esponenti, salvo rare eccezioni. Ma la vita è strana. A distanza di tanti anni dalle Messe a San Filippo Neri, avrei rivisto il segretario della Dc sulla spiaggia di Terracina che era solito percorrere di buon mattino vestito, seguito dalle sue guardie del corpo in costume da bagno, o nei pressi dell’Agenzia Italia che aveva sede in via Nomentana, a poche centinaia di metri, dalla clinica dove era solito sottoporsi a periodici controlli medici, soprattutto negli ultimi anni della sua vita.

La mattina del 16 marzo 1978, giunsi a via Fani, quindici minuti dopo la strage ed il suo sequestro. Ne ho spesso scritto e raccontato con la certezza e consapevolezza che Nessuno, nè nei momenti topici dell’agguato nè dopo, avrebbe fatto nulla per salvarlo. e che il suo sangue, come l’uomo che andava a messa nella chiesetta di San Filippo Neri, avrebbe scritto, si “sarebbe versato” su quanti quella morte avevano voluto.

Romano Tripodi



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