Un film capolavoro che ripaga anni di silenzio su Rocco Chinnici e sul patto scellerato tra Stato e mafia

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Il 29 luglio 1983 un’autobomba parcheggiata in via Pipitone, davanti al portone di casa della famiglia Chinnici, uccide,  il giudice Rocco Chinnici, i due uomini della scorta ed il portiere del palazzo. E’ con questa immagine terrificante che si apre e chiude “Rocco Chinnici: è cosi lieve il tuo bacio sulla fronte”, il film mandato in onda martedì sera su Rai-uno, tratto dall’omonimo romanzo di Caterina Chinnici,cui nel 2014 venne assegnato, quale Opera Prima , il “Premio Pavoncella alla creatività femminile”. Un’opera intensa, struggente con la quale la primogenita del magistrato, capo dell’Ufficio Istruzione della Procura di Palermo, rompeva un silenzio lungo trent’anni e restituiva in certo senso alla vita l’uomo ed il magistrato, il padre ed il marito, che per primo aveva intuito, creando il pool antimafia, come fosse necessario ed indispensabile, unire le forze per combattere efficacemente il crimine organizzato, cercando di intaccarne gli immensi patrimoni accumulati con il narcotraffico e le inarrestabili e miliardarie speculazioni edilizie che, a partire dagli anni sessanta, avevano iniziato a cambiare, stravolgendolo, il “volto” urbanistico di Palermo. A Rai fiction, nella persona di Eleonora Andreatta ed a Luca Barbareschi, quale produttore, il merito di aver saputo adattare al piccolo schermo l’opera prima di Caterina Chinnici che ha ritrovato, in Sergio Castellitto, quel padre che aveva perso ancora giovane ma al quale è sempre rimasta profondamente legata. L’interpretazione offerta di Rocco Chinnici è di quelle che sono destinate a fare la storia del cinema e della televisione con una capacità assoluta di incarnarne con una naturalezza inaudita, la figura di magistrato, il ruolo di padre e marito, ma anche il giudice capace, come pochi, di interagire con quei giovani ai quali insegnava cosa fosse realmente la mafia-una manica di vigliacchi ed assassini-è come si potesse combatterla, iniziando proprio dai banchi di scuola. Con Castellitto due attrici altrettanto brave nei rispettivi ruoli di protagoniste, Cristina Dell’Anna, una dolce e determinata Caterina, e Manuela Ventura, nei panni della moglie Tina.

Ma è alla regia di Michele Soavi che si deve molto di questo successo. Soavi ha un grande merito: quello di essere andato oltre la storia del rapporto affettivo fra Rocco Chinnici e Caterina e la lotta “tout court” del magistrato e dei suoi collaboratori-Borsellino e Falcone in primis- contro i vari Bontade, Inzerillo, per allargare il discorso a quello scellerato rapporto tra Stato e Mafia, senza il quale gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Cesare Terranova, del procuratore capo Costa, del generale Della Chiesa e dello stesso Rocco Chinnici, molto probabilmente non si sarebbero consumati o comunque sarebbero stati più efficacemente prevenuti. Una scia di sangue che sarebbe continuata con le stragi di Capaci e di via D’Amelio e che solo a quel punto, uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, si sarebbe arrestata. Rapporti scellerati che avrebbero continuato ad alimentare , in maniera esponenziale, l’onda lunga della corruzione.

Romano Tripodi



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