Mancavo da Scilla da diversi anni. Un arrivederci che con il trascorrere del tempo e contro la mia volontà era purtroppo diventato un addio! Ma la tragica morte del cugino Cesare, Cesarino per gli amici, centrato in pieno da un’auto pirata mentre passeggiava con due amici lungo la Nazionale, mi aveva offerto, pur in una circostanza drammatica, quello stimolo inconsciamente atteso: ritornare a Scilla, che avevo lasciato dopo la maturità e la mia assunzione, come picture editor, nella redazione romana dell’Associated Press, la grande agenzia di stampa americana in cui avrei lavorato per oltre venti anni.
Strano, un evento luttuoso ci addolora ed è fonte di depressione. Eppure, mentre sedevo nella carrozza della “Freccia del sud” che mi avrebbe portato a Scilla, dopo un viaggio di nove ore, nel mio animo ero grato a quella morte, fonte di un rincorrersi di ricordi incancellabili e solari, legati a quella che per tanti anni, dalla infanzia alla adolescenza e sino alla maggiore età, sarebbe stata per me e Manlio, il fratello gemello, la casa delle vacanze, che iniziavano a giugno, alla chiusura delle scuole, per concludersi, con sommo rammarico, ai primi di settembre, quando Scilla si svuotava ma godeva di un mare ancora più splendido e pescoso.
Cesare, funzionario al Comune di Messina, era il cugino-zio per via della differenza d’età. Capelli neri, ondulati, baffetti alla Errol Flynn, uno dei belli del cinema americano degli anni Cinquanta, si era sposato con Norina, una maestra di Scilla, figlia a sua volta di un’altra storica insegnante e di don Mico, orafo di talento. Dal matrimonio con Norina erano nati Jole ed Angelo. Del cugino grande, mentre il treno costeggiava la Costa Viola, quasi sfiorando scogli e spiagge, tra Palmi E Bagnara, ricordavo lo strano costume da bagno, stile anni Trenta, che era solito indossare per le sue nuotate notturne, appuntamento importante con il mare, al suo rientro da Messina.
E nuotare era diventata la mia grande passione, condivisa con Manlio, il gemello e con gli amici pescatori, con i quali affrontavamo autentiche maratone marine, dal Castello dei Ruffo a Punta Pacì, compagni che ripagavano l’amicizia ospitandoci nelle uscite notturne con le lampare o sui lontri, le caratteristiche imbarcazioni per la pesca del pescespada che tra luglio ed agosto conosceva il suo momento magico. E mentre il mio treno, passata Favazzina, si apprestava a fermarsi alla stazione di Scilla, avevo netta l’impressione che il tempo si fosse fermato, che il mio orologio avesse spostato indietro di quindici anni, le lancette. Ed in quel momento un pensiero grato andò proprio a Cesare, che mi aveva strappato al mondo del giornalismo, per farmi rivivere gli anni belli della infanzia e della adolescenza, a Scilla!
Romano Tripodi

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