Nulla e nessuno avrebbe potuto salvare Moro, la verità risaputa di Report

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Quanti, come il sottoscritto si sono occupati professionalmente della strage di via Fani e dell’assassinio di Aldo Moro da quel 9 maggio del 1978 ed hanno continuato scriverne nella vana speranza che i suoi “segnali” potessero essere raccolti in questi 46 anni, sono rimasti sostanzialmente delusi dal servizio di Report che Rai3 ha mandato ieri sera in onda. Fin da quel 16 marzo 1978, arrivando a via Fani, una decina di minuti dopo la strage, avemmo netta la sensazione che il destino dello statista democristiano, scampato miracolosamente alla gragnuola di proiettili che falcidiò impietosamente i cinque uomini della sua scorta, sarebbe stato segnato; che nulla e nessuno l’avrebbe sottratto alla condanna firmata per lui non già dalle brigate rosse ma da quel governo e da quei servizi proni ai voleri di quelle superpotenze che avevano individuato in Moro e nel suo tentativo di compromesso storico tra la Dc ed il Pci, un pericolo, questo sì mortale per la democrazia e quegli equilibri mondiali sanciti dagli accordi di Yalta. Per anni abbiamo scritto della inutilità ed inefficacia delle indagini scattate immediatamente dopo la strage di via Fani e proseguite, con altrettanta incuria, dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nell’angusto portabagagli della Renault5 rossa abbandonata in via Caetani. E ieri Report ci ha offerto, proprio sotto questo aspetto, le uniche e probabilmente “storiche” risposte a quei nostri interrogativi. A fornircele, a distanza di anni, è stato il Giudice Rosario Priore, il magistrato che ha legato il suo nome ad un’altra tragedia, quella del Dc-9 dell’Itavia abbattuto, quasi certamente da un missile “amico” destinato ad un caccia libico sul quale si pensava viaggiasse il colonnello Gheddafi. “Le indagini su via Fani ed il sequestro Moro furono da subito affidate ad altri, noi ne fummo esclusi”, ha detto Priore. Parole che non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni e che ci dicono anche il motivo per il quale la Procura di Roma, il cosiddetto “porto delle nebbie” decise di avocare a sè le indagini, originariamente affidate al sostituto Luciano Infelisi, con conseguenze a dir poco disastrose. Molti dei testimoni ,che il giovane magistrato con la pipa, aveva in animo di ascoltare, scomparvero letteralmente dalla fase istruttoria ed in questi quarantasei anni, nessuno ha avvertito la necessità o l’impegno morale di ascoltare, compresi i componenti di quelle commissioni parlamentari sulla strage di Via Fani e sul delitto Moro, che vennero via via insediate. Lacune che si aggiungono a quelle ordite con spietata lucidità dalle superpotenze, Usa in primis, ed alle quali la Dc di Cossiga ed Andreotti, non osò opporsi minimamente. Sul ruolo marginale avuto dalle Br, sulle falsità contenute nel memoriale di Valerio Morucci ed Adriana Faranda; sui collegamenti tra Moretti ed i Servizi, sia italiani che stranieri; sui reali covi in cui fu tenuto prigioniero Moro prima di essere trucidato, a partire da quello di via Massimi, a pochi minuti da via Fani, abbiamo avuto modo di scrivere anni prima che Report li presentasse come “novità”. In realtà solo aria fritta dal momento che a distanza di quasi mezzo secolo il reportage non è stato in grado di svelarci neppure nomi e ruoli dell’uomo e della donna che, la mattina del 16 marzo 1978, uscirono da un monolocale di via Stresa per dettare tempi e modi della strage.

romano tripodi



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