La visita a Norcia del Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, con immancabile foto ricordo davanti alla statua di San Benedetto è l’ultima, in ordine di tempo, fra quelle che in questi ultimi mesi si sono susseguite, a livello istituzionale, nei comuni del Centro-Italia, devastati dalle terrificanti scosse sismiche che hanno colpito nell’agosto e nell’ottobre 2016 le Marche, l’Umbria, il Lazio e l’Abruzzo. Ma a parte le ripetute passerelle di ministri, sottosegretari, esponenti politici in genere, cui per deferenza e dovuto rispetto non vogliamo associare la visita di Papa Francesco, quello che sconforta, ma non ci sorprende, avendolo anticipato in tempi non sospetti, è lo zero assoluto che si registra sul piano della ricostruzione e della ricettività. I cumuli di macerie che, a settimane alterne, le corrispondenze degli inviati davano, in gran parte, rimossi sono ancora là, a formare muraglie spettrali ed impenetrabili ai margini delle strade provinciali e comunali faticosamente riaperte al traffico. Alte tre-quattro metri hanno il “merito” di nascondere parzialmente alla vista quello che resta, in realtà molto poco, di case, botteghe, aziende, stalle, chiese e monumenti storici che non saranno mai più ricostruiti, contribuendo a sconvolgere definitivamente l’assetto urbanistico ed il paesaggio di decine di comuni e borghi. Esempio emblematico di questa assoluta incapacità operativa è il caso di Amatrice. Nessuno può negare che la cittadina reatina, grazie anche alla determinazione del suo sindaco Pirozzi, sia stata la più favorita in termini di aiuti materiali e di invio sul posto di uomini e mezzi. Uno spiegamento di forze che faceva ben sperare sui tempi della ricostruzione. Senza scomodare il “modello Friuli”, in molti avevano avuto l’impressione che qualcosa di analogo potesse ripetersi, a distanza di 40 anni, anche in quest’area suggestiva e ricca di storia, dell’Alto Lazio. Si era sbandierato un primo progetto di ricostruzione che avrebbe dovuto garantire, prima che sopraggiungesse l’inverno co n i suoi rigori (parliamo sempre del 2016 ndr) un tetto per alcune decine di famiglie che non avevano accettato il trasferimento “temporaneo” negli alberghi di San Benedetto del Tronto o l’ospitalità di congiunti e parenti romani. Con altrettanta sicurezza si erano promesse agli allevatori della zona moduli-stalla che sostituissero quelle decisamente più funzionali rase al suolo dal terremoto. Ma il risultato è stato drammaticamente sconsolante. Delle quindici casette prefabbricate, che solitamente si montano in una settimana al massimo, non una è stata inaugurata nei tempi previsti e per vedere la prima famiglia prenderne possesso si è dovuto attendere la primavera del 2017! E pensare che per costruire Sabaudia, la città dell’Agro Pontino, eretta a simbolo del Razionalismo, ci vollero, nel 1934, soltanto 230 giorni! Ancora più fallimentare il piano di salvataggio delle piccole aziende zootecniche a conduzione familiare tuttora costrette a sopravvivere, insieme a mucche e pecore, in fatiscenti ed anguste strutture, ben diverse dalle normali stalle.
E nell’immediato futuro si preannuncia un’altra emergenza ed un interrogativo drammatico. Come e soprattutto dove ospitare le centinaia di sfollati che con il sopraggiungere della stagione balneare saranno costretti a lasciare gli alberghi che attualmente li ospitano nei centri costieri dell’Adriatico?
Romano Tripodi

Lascia un commento