Microbiologi, da sparuta ed ignota pattuglia a tsunami dei media

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Avevo poco più di 18 anni quando, ottenuta la maturità, mi iscrissi a Giurisprudenza, alla “Sapienza” di Roma. E fu proprio frequentando l’Università che, contemperando studio e lavoro, riuscii ad ottenere il mio primo impiego in assoluto. Grazie alla conoscenza dell’Inglese, allora piuttosto rara, venni assunto dall’allora Preside della Facoltà di Microbiologia, il professor Aldo Cimmino, che diversi anni più tardi sarebbe diventato dapprima Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia e successivamente Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. In altri termini un autentico Barone. Ed oggi che microbiologi, epidemiologici, infettiviologici, imperversano sugli schermi televisivi, discettando dall’alba al tramonto di covid19 e varianti varie, dandoci l’impressione che non esistano altre discipline mediche o che le altre non meritino comunque di essere menzionate, costrette ai margini della Scienza, il mio ricordo va a quei mesi trascorsi , nei lontani anni sessanta, a Microbiologia. Assunto, con contratto part-time, per mettere in ordine la ricca biblioteca della Facoltà, formata da centinaia di testi e pubblicazioni, quasi tutte in inglese, vi rimasi il tempo necessario per rendermi conto di essere capitato in una sorta di piccola isola i cui abitanti, tutti dediti esclusivamente alla ricerca, conducevano una esistenza professionale a sè stante. Ad un gruppo di ricercatori che faceva capo al professor Graziosi ed alla moglie si contrapponeva una seconda e più cospicua formazione che rispondeva direttamente al preside della Facoltà, il professor Aldo Cimmino. All’esterno delle mura della palazzina in mattoni rossi, la prima superato il maestoso ingresso dell’Ateneo romano, la parola Microbiologia era sconosciuta non solo alla maggioranza dei normali connazionali ma anche all’interno della città universitaria. Se po’ accennevamo al termine “Virology” il buio era assoluto. Per me l’esperienza fu comunque doppiamente positiva. Perchè fu proprio mentre mettevo in ordine i testi preziosi ma in gran parte ignorati della libreria, che mi capitò tra le mani una copia del “Messaggero”. Scorrendo le offerte di lavoro, come ero solito fare nella speranza di guadagnare qualcosa di più del modesto salario che la Facoltà di Microbiologia poteva permettersi, l’occhio mi cadde sulla proposta che avrebbe cambiato per sempre la mia vita professionale e non solo: l’Associated Press, la grande agenzia di stampa americana cercava per la sua sede romana di piazza Grazioli, un giovane laureando da avviare alla carriera giornalistica! Mi presentai il giorno dopo e dopo una prova venni assunto con uno stipendio che mi sembrò ed era, per un ragazzo ventenne, favoloso. Non misi più piede nella Facoltà di Microbiologia ma non ho mai dimenticato nè il professor Cimmino, autentico gentleman napoletano, nè quei ricercatori giovani ed appassionati, che il mondo sembrava ignorare. Oggi, a distanza di tanti anni, sembra che esistano soltanto microbiologi ed epidemiologici. Un’esposizione mediatica dettata dal corona virus ma probabilmente estranea allo spirito ed alla sensibilità di chi fa seriamente ricerca.

Romano Tripodi



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