Gli Usa non hanno mai superato il trauma del Vietnam. Ecco perchè non entreranno in guerra per salvare l’Ucraina

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Ho seguito per anni, dall’inizio alla drammatica conclusione, la guerra del Vietnam quale giornalista dell’Associated Press, ed ho ancora negli occhi, a distanza di tanti anni, le immagini della caduta di Saigon. L’assalto degli ufficiali sudvietnamiti agli elicotteri che li avrebbero dovuto portare in salvo prima dell’arrivo dei Vietcong e la definitiva occupazione della capitale sudvietnamita da parte del nemico che al termine di un conflitto sanguinoso e logorante aveva avuto ragione della superpotenza americana, chiamata a confrontarsi su un terreno di scontro diventato la sua fossa. E proprio quel tragico finale di una guerra che, con il trascorrere degli anni, si sarebbe rivelata fatale per i berretti verdi americani, nonostante il dispiego di armi e di mezzi, avrebbe alimentato nell’opinione pubblica americana un rifiuto crescente per la guerra in assoluto ed in primo luogo per conflitti geopoliticamente lontani dagli interessi di Washington. Un trauma che a distanza di oltre cinquant’anni il lattaio di Kansas city, in altre parole il cittadino americano non avrebbe mai più superato. E Biden che prima di essere l’inquilino titubante e tentennante della Casa Bianca, è cittadino americano, di quel trauma resta, come gran parte dei suoi connazionali, vittima. Non so se gli Stati Uniti si possano ancora definire una grande potenza, ma ne dubito. Se tale oggi fossero non avrebbero assistito fermi ed impotenti, eguagliando in pavidità, l’Europa, all’attacco dell’armata russa all’Ucraina. Attacco di cui l’intelligence aveva previsto tempi e dimensioni, cullandosi nell’illusione che le ventilate sanzioni, potessero frenare quel Putin, che in grande difficoltà sul fronte interno, ha pensato di trovare gloria e potere, spargendo centinaia, forse migliaia di morti innocenti, per fare dell’Ucraina, la prima delle ex repubbliche sovietiche, destinate a ritornare, a distanza di ventidue anni dalla rivoluzione del 1989, sotto lo stivale di Mosca. Mentre scriviamo i panzer sovietici occupano parte di Kiev la capitale, preparandosi, dopo il fuoco violento dei missili ed i bombardamenti a tappeto dei caccia, a sferrare il colpo mortale ad un Paese libero e democratico. Democrazia che Putin dimostra in queste ore non soltanto di non conoscere ma con la quale , spinto da un odio incontrollabile, non vuole neppure convivere. Se a questo autoproclamato dittatore moderno si pensa di poter rispondere con le sanzioni significa ignorare la più semplice delle regole:; alle armi, soprattutto se attaccati senza alcuna ragione, si risponde SOLTANTO CON LE ARMI. Tutto il resto è mera oratoria e suona offensivo per quella Ucraina e quel suo popolo che, almeno come Europa ,avremmo dovuto essere pronti a difendere!

Romano Tripodi



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