Il Ponte sullo Stretto, il terremoto che nel 1783 rase al suolo Scilla

“Era il 7 febbraio 1783, giorno di mercoledì, il cielo era coperto di nubi e cadeva una pioggia sottile, quando verso un’ora dopo mezzogiorno si scosse improvvisamente la terrea. La scossa fu assai violenta e prolungata tanto che crollarono moltissimi edifici, nelle cui rovine perirono centocinquanta persone”. Questo l’incipit del capitolo che nel suo libro “Notizie storiche della Città di Scilla”, pubblicato nel 1889, a Napoli, il canonico Giovanni Minasi dedica al sisma che rase al suolo la splendida cittadina, allora feudo dei Ruffo, a ridosso della quale, precisamente in località Santa Trada, dovrebbe essere innalzato uno dei due giganteschi piloni del Ponte sullo Stretto, cui il ministro Salvini e leader della Lega, dedica da anni pensieri e sforzi immani per realizzarlo. Il terremoto che il canonico Minasi ci racconta, attingendo a fonti storiche inappuntabili e persino alla testimonianza dei pochi sopravvissuti, precederà di appena 118 anni, autentica inezia rispetto all’eternità, quello che nel 1901 avrebbe devastato Messina e Reggio Calabria, con migliaia di morti ed immani distruzioni. Ma il sisma del 1783 non fu meno disastroso. Alla prima catastrofe che rase al suolo gran parte delle chiese ed almeno un quarto delle fabbriche private (Scilla era allora famosa per la produzione della seta più ancora che della pesca del pescespada ndr) ne seguì una seconda: uno spaventoso maremoto, con onde alte oltre cinquanta metri, che colse di sorpresa, le migliaia di abitanti, che dopo la prima scossa di quel mattino del 5 febbraio 1783, avevano abbandonato le abitazioni dell’entroterra, pensando di trovare un rifugio sicuro, nei luoghi aperti ed in particolare sulla spiaggia di Marina Grande. Scelta compiuta anche dal vecchio conte, Don Falcone Antonio Ruffo con suoi cortigiani e l’abate di Sinopoli, Don Carlo Antonio Ruffo. “E qui dobbiamo confessare che fu una vera cecità quella di scegliere le spiagge come sicuro asilo per scampare alla morte”, scrive il Canonico Giovanni Minasi. Le gigantesche onde che si abbatterono sulla marina non lasciarono scampo a quanti vi si erano accampati. Non sapremo mai quante furono realmente le vittime di quel maremoto avvenuto nella notte del 5 febbraio 1783, ma si calcola che siano stati almeno duemila. Certo è, come scrive ancora l’Autore, che “tutti eccetto pochissimi furono ingoiati dal mare”.

Abbiamo voluto ricordare questa tragedia perchè abbiamo netta l’impressione che sia coloro che dovrebbero costruire il Ponte che il ministro Salvini, che avvertendo odor di bruciato, vorrebbe lasciare il Dicastero dei Trasporti per tornare al Viminale, abbiano pericolosamente sottovalutato il RISCHIO SISMICO. Dal terremoto del 1901 ad oggi 2025, sono trascorsi 123 anni , più o meno la distanza temporale fra il sisma del 1783 ed il terremoto del 1901 che distrusse Reggio Calabria e Messina. Una coincidenza che francamente ci preoccupa!

Ma a preoccupare il Comitato No Ponte è oggi , come affermano, l’arrogante volontà dell’apertura dei cantieri che dovrebbe seguire, ci assicura Salvini, al progetto definitivo del Ponte, previsto per la fine di gennaio ed i primi di febbraio.

“Si sta per chiudere il 2024, l’anno che per le boutade salviniane, avrebbe dovuto vcedere l’inizio dei cantieri per la costruzione del Ponte sullo Stretto. Invece le varie scadenze promesse sono ben lungi fdall’essre state mantenute, se non quelle raggiunte per forzatura politica e non certo per possibilità tecnica. Questo ci preoccupa, perchè è ormai chiara l’arrogante volontà di quetso governo di procedere verso l’avvio dei cantieri, nonostante non ci siano certezze tecniche o economiche, anzi, i pareri allarmanti emessi da esperti certo non qualificabili come ideologicamente contrari, demoliscono l’impianto ingegneristico e strutturale dell’opera”, afferma la nota del Coordinamento calabrese No Ponte.

Romano Tripodi

2 gennaio 2025



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