Il Ponte, don Ciotti e le parole a ruota libera su una Calabria disastrata

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Che le parole di don Ciotti, che parlando del fantomatico Ponte sullo Stretto, lo ha definito “il Ponte tra due cosche”, quella della ‘ndrangheta calabrese e di cosa nostra siciliana, abbiano irritato non poco il nostro ministro delle infrastrutture Salvini, non sorprende e per una semplice ragione: l’assoluta ignoranza del leader leghista nei confronti delle condizioni economiche e sociali in cui si dibatte da sempre la terra di Calabria. A queste si aggiunge, ed è mera attualità, lo scempio urbanistico che viene perpetrato quotidianamente nell’indifferenza assoluta delle istituzioni e di quanti, a vario titolo, sarebbero tenuti a controllare. Viaggiando alcune settimane fa sull’Intercity 551 di Trenitalia che collega Roma Termini a Reggio Calabria, questo disastro è visibile nella sua tragica dimension lungo tutti i paesi della costa tirrenica. Da Sapri ad Amantea, Diamante, Belvedere Marittimo, Sant’Eufemia, Lamezia Terme, Tropea, continua l’attacco forsennato e criminale al territorio. Su ogni spazio utile di verde vengono costruiti palazzi e palazzetti, un miriade di seconde case che rimarranno in gran parte chiuse o al massimo disponibili soltanto per la stagione estiva. Immobili innalzati uno a ridosso dell’altro senza alcun rispetto per i piani-luce e le elementari distanze. Un coacervo di bruttezze a ridosso di un mare cristallino e di spiagge immacolate che in termini di paesaggio costituiscono l’unica “ricchezza” rimasta alla Calabria. E di fronte a simile scempio ci chiediamo dove erano quei magistrati, quei sindaci, quegli assessori, quei tecnici comunali, ma anche quei rappresentanti sindacali che avrebbero potuto e dovuto esercitare un minimo di controllo preventivo o in corso d’opera. E ci chiediamo, ma la domanda è retorica, chi abbia dettato i tempi, imponendoli, alla istituzioni stesse, di questo disastro urbanistico. E veniamo al Ponte sullo Stretto. Se ne parla da quando ero ragazzo e trascorrevo le mie lunghe estati a Scilla. Per progetti rimasti sulla carta si sono spesi miliardi di vecchie lire e milioni di euro. Si sono realizzati studi ed uffici affidandone la direzione ad un valente giornalista , che ricordiamo quale direttore della Gazzetta del Sud di Messina ed organizzatore instancabile ed appassionato del Festival di Taormina, capace di richiamare nella perla siciliana i grandi protagonisti del cinema italiano ed internazionale. Poi sul progetto del Ponte scese l’oblio mentre in Calabria, nella piana di Gioia Tauro, venivano rasi al suolo centinaia di agrumeti per far posto a quel grande Centro Siderurgico che sarebbe rimasto un’altra onerosa incompiuta.

A Salvini, che della costruzione del Ponte, sembra aver fatto una ragione di vita o comunque l’obiettivo prioritario del suo mandato, vorremmo chiarire che la frase di don Ciotti che lo ha così irritato, in realtà vuol soltanto chiedergli se sia così sicuro che ‘ndrangheta e cosa nostra rimarranno semplici spettatori del Progetto Ponte o non piuttosto parte attiva della sua costruzione, costruzione di un’opera che senza un a autentica rivoluzione della viabilità calabrese e siciliana, sarebbe non solo inutile ma dannosa.

Romano Tripodi



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