Ci sono notizie che soltanto apparentemente sono negative ma che in realtà ci confortano e ci fanno sperare nel futuro. Notizie tanto più gradite perchè hanno il crisma dell’ufficialità e non temono smentite come quella rimbalzata in queste ore da Palazzo Chigi e che mette probabilmente in archivio, dove peraltro è sempre rimasto, il ventilato progetto del Ponte sullo Stretto così caro a Matteo Salvini che ne aveva fatto il cavallo di battaglia in vista delle imminenti elezioni europee. Come andiamo sostenendo e scrivendo da anni il Ponte che dovrebbe unire l’estrema punta della Calabria, tra Scilla e Cannitello, a Ganzirri, sulla sponda siciliana, è irrealizzabile soprattutto per i costi esorbitanti che un governo, economicamente in affanno, come l’attuale, non è assolutamente in grado di sostenere. Includere nella prossima legge di Bilancio, miliardi di euro per costruire il Ponte significherebbe rendere l’Italia ancora più povera e rinunciare ad investimenti essenziali per rilanciare la piccola e media industria che, insieme all’artigianato, costituiscono da sempre l’ossatura economica del Paese. Ma rinunciare al Ponte significa anche salvaguardare quella bellezza paesaggistica, unica al mondo ,senza la quale Calabria e Sicilia perderebbero il loro “tesoro”, questo sì inestimabile e non più rimpiazzabile. Del resto a cosa servirebbe il Ponte sullo Stretto senza una adeguata ed essenziale opera di ristrutturazione delle reti ferroviarie ed autostradali che penalizzano soprattutto la Sicilia. Le migliaia di auto che dovessero sfrecciare sui tre chilometri del ponte ad unica campata innalzato fra Scilla e Ganzirri una volta raggiunta la sponda siciliana finirebbero per trovarsi in una sorta di imbuto, per poi percorrere in tempi biblici una rete autostradale ferma nel tempo. Ma quando si parla del Ponte sullo Stretto bisogna anche chiedersi se la normativa antimafia, prevista per tutte le opere pubbliche, troverebbe pratica applicazione in un territorio, che nonostante i quotidiani impegni di magistratura e forze dell’ordine, di fatto rimane sotto il controllo delle famiglie della ‘ndrangheta calabrese e di cosa nostra siciliana. Una questione primaria, di difficile soluzione che pone in secondo piano anche il problema dei costi esorbitanti che , per ammissione del governo Meloni, rendono oggi impraticabile il progetto velleitario di Matteo Salvini e l’insistenza a fare delle principali istituzioni calabresi e siciliane.
Romano Tripodi

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