Expo 2030, una bocciatura che viene da lontano e di cui siamo i soli responsabili

Scritto il

Romano Tripodi

Gruppi di cinghiali, con cuccioli al seguito che si aggirano non soltanto nelle strade e nei parchi delle degradate periferie romane ma persino tra la Giustiniana e la Cassia con sconfinamenti a via Cortina d’Ampezzo ed ai Parioli, un tempo quartieri nobili ed ambiti dall’alta borghesia. Cumuli di rifiuti a cielo aperto un po dovunque persino a viale Bruno Buozzi, viale Liegi, piazza Euclide. Strade che al primo acquazzone si trasformano in impraticabili lagune. Alberi che non vengono potati da decenni che si abbattono, con esiti mortali su innocenti pedoni o su sfortunati automobilisti. La Stazione Termini che nonostante l’impegno di TreniItalia e delle Forze dell’ordine rimane, nelle ore notturne, un’area decisamente a rischio per chi per esigenze di lavoro o di viaggio sia costretto a frequentarla. Sono queste le immagini che in questi ultimi anni hanno fatto il giro del mondo e mi chiedo per quale motivo i delegati di quei Paesi che hanno impietosamente bocciato la candidatura di Roma quale sede dell’Expo 2030, dopo averle viste, ci avrebbero dovuto votare. La realtà, soprattutto se impietosa, non può essere cancellata e sostituita da immagini virtuali, quale quelle che i nostri rappresentanti, hanno presentato a Parigi. Una sorta di Roma dei sogni alla quale, con queste premesse, ben pochi (appena 17 i nostri follower) hanno creduto. Oggi ci dicono che una parte di quei progetti sarà comunque realizzata ma stentiamo a crederci anche perchè non ci risulta che il Pnnr contenga fondi sufficienti per queste opere. Del resto di “incompiute” e di “cattedrali nel deserto”, l’Italia è piena e Roma non fa eccezione. Senza andare troppo lontani nel tempo ricordo quella sorta di mini-città dello sport che avrebbe dovuto nascere nell’area di Tor Vergata e quella cittadella del nuoto che abortì in quel di Ostia, proprio di fronte al lungomare. E veniamo ai meriti dei sauditi. Si è scritto e detto che siano stati i soldi di cui l’Emiro di Riad disponeva a fare la differenza. Si sono ventilate elargizioni a pioggia agli oltre cento Paesi che li hanno votati, in altre parole li hanno accusati di essersi comprati con la forza persuasiva dei petrodollari la candidatura di Riad a sede della Expo 2030. Una tesi che non convince e che soprattutto non tiene conto della profonda trasformazione, soprattutto in materia urbanistica. dell’Arabia Saudita. Una svolta iniziata sin dalla fine degli anni Settanta e di cui sono stato testimone. Un episodio vissuto in prima persona e che ritengo giusto raccontare ai miei affezionati Lettori. Siamo a Milano, esattamente a Cinisello Balsamo. La guerra del Kippur si è conclusa da poco, senza vincitori nè vinti ma lo smacco per il Mossad è stato grande. A Cinisello Balsamo approdano da Roma due giovani ed intraprendenti imprenditori siriani. Si sono laureati nella capitale dove vivono sinda ragazzi. A Cinisello creano un centro commerciale. Il richiamo per molte aziende italiane e soprattutto lombarde è forte. Ma il complesso è nato su pressione della famiglia reale saudita che ha in mente un progetto ambizioso: costruire la nuova Taif, la capitale invernale che dovrà essere trasformata in una sorta di Cortina saudita. Sono previste piste da sci, naturalmente artificiali, (siamo su un altopiano desertico ndr) e piste di ghiaccio. Il complesso di Cinisello Balsamo dovrà servire ad attrarre il knowhow italiano. Si avviano i primi contatti fra i due imprenditori siriani e la famiglia reale saudita. Ma la crisi del petrolio, che da lì a qualche mese, sarà dirompente ,costringe Re Fahd, a rinunciare alla nuova Taif. Ignoro se il progetto sia poi stato ripreso ma so che proprio negli anni successivi l’Arabia Saudita iniziò a cambiare volto, impegnando molte delle sue risorse nella costruzione di grattacieli, isole artificiali, complessi sportivi e progetti ambientali che garantiranno verde ed acqua ad un Paese un tempo deserto.



Lascia un commento