Via Fani, indagini inesistenti e 43 anni di silenzi omertosi

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16 marzo 1978-16 marzo 2021. Sono trascorsi ormai 43 anni dalla strage di via Fani e dal sequestro di Aldo Moro, lo statista democristiano che sarà assassinato due mesi più tardi, e gli interrogativi su quel tragico evento che costò la vita al maresciallo Oreste Leonardi ed agli altri quattro uomini della scorta-Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino- che ci ponemmo nell’immediato e nei giorni successivi al massacro sono rimasti senza risposta. Ma ieri come oggi non dobbiamo purtroppo sorprenderci. Il destino di Moro e quello dei cinque uomini della scorta in realtà era già segnato e nulla e nessuno avrebbe potuto salvarli. Ce lo confermano quelle indagini che non furono mai fatte o se lo furono si caratterizzarono da subito per pressapochismo e faciloneria. E non avrebbe potuto essere altrimenti dal momento che a sovrintenderle erano un Prefetto, Amato, che si scoprì elemento organico alla P2 ed a Gladio, ferocemente avversi a quel compromesso storico che ebbe in Aldo Moro, il suo artefice e che Washington temeva perchè avrebbe potuto compromettere quell’equilibrio dei blocchi sancito dagli accordi di Yalta e rendere meno saldi i rapporti fra l’Italia e gli Stati Uniti. E veniamo alle indagini, che oggi con un termine abusato, potremmo definire oggettivamente “fake”. Per 43 anni si è continuato ad indicare nelle Brigate Rosse, nei vari Morucci, Moretti, Faranda, Franceschini, Bonisoli, – per citarne soltanto alcuni-gli ideatori ed esecutori della strage di via Fani e del rapimento nonchè assassinio dello statista democristiano. Un vero e proprio escamotage per seppellire per sempre la verità ed oltraggiare la storia. Nessun brigatista rosso aveva mezzi e cervello per programmare la strage e tantomeno per gestire un sequestro che mai e poi mai avrebbe dovuto risolversi facendo salva la vita di Aldo Moro. Una strage contrassegnata per la “precisione chirurgica” di coloro che aprirono il fuoco contro Leonardi ed i suoi uomini contro i quali vennero sparati un centinaio di colpi di mitra, nessuno dei quali raggiunse Aldo Moro, seduto sul sedile posteriore dell’auto con a bordo il maresciallo Leonardi ed al volante il brigadiere Domenico Ricci. A dirci che i br non avrebbero avuto la capacità di eseguire un attacco di questo genere e proprio uno di loro, quel Franceschini ritenuto l’ideologo del gruppo. “L’unico in grado di imbracciare realmente un fucile era Moretti; gli altri non sarebbero mai stati in grado di colpire con quella precisione”, ammise Franceschini. Ma che le indagini siano state sin dal primo momento, a dir poco, carenti ce lo dicono alcuni elementi che ad un inquirente di modesta levatura intellettuale e con un modesto bagaglio di intelligence non avrebbero dovuto sfuggire. In qualsiasi indagine sul campo, ed in quel caso, nell’area compresa tra via Stresa e via Fani, bisogna attenersi allo stesso criterio con il quale si procede nella costruzione di un palazzo: cominciare cioè dalle fondamenta. Se poliziotti, carabinieri, magistrati, si fossero attenuti a quel principio, avrebbero dovuto cominciare proprio da via Stresa. Avrebbero così scoperto che quella mattina del 16 marzo 1978 , poco prima delle 9, da un monolocale situato all’ultimo piano di un residence, abitato in prevalenza da immigrati nigeriani, uscirono un uomo ed una donna, che occupavano da qualche tempo l’appartamento, preso in affitto come garconniere. Fare luce sull’identità della coppia avrebbe consentito di accertare il ruolo avuto nel sequestro Moro da quella coppia. Appurare se parteciparono materialmente alla strage quali componenti del gruppo di fuoco e se furono sempre loro ad allontanarsi, in sella alla Honda blu, da via Fani nei minuti successivi alla strage.

Ma a stupire il cronista, che si trovò sul posto dieci minuti dopo il massacro, fu la presenza indisturbata, tra la folla di curiosi che cominciava a radunarsi all’incrocio tra via Stresa e via Fani, di Patrizio Peci, che poco prima aveva indubbiamente partecipato alla strage ed al sequestro. Le confessioni al generale Della Chiesa del “pentito” Peci contribuirono a smantellare l’organigramma delle brigate rosse ma, secondo il nostro modesto parere, non fecero mai luce proprio quegli interrogativi rimasti a tutt’oggi senza risposta, a cominciare proprio dal ruolo avuto da chi effettivamente gestì il sequestro e l’esecuzione di Aldo Moro.

Romano Tripodi



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