Nè Trump nè tantomeno l’Iran degli Hezbollah potranno trascinare gli Usa in un nuovo Vietnam

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Il 30 aprile 1975 con la caduta di Saigon e la precipitosa, avvilente fuga dal Vietnam del Sud, dell’esercito americano si concludeva, con un’autentica disfatta per la potente ed apparente invincibile macchina da guerra statunitense la guerra del Vietnam. Ufficialmente iniziata nel 1965 aveva avuto il suo picco nel 1972, anno in cui gli Stati Uniti, si trovarono a schierare sul campo di battaglia mezzo milione di uomini, la meglio gioventù americana. Chi, come il sottoscritto ha seguito e scritto giorno per giorno, quale inviato dell’Associated Press, l’evolversi di quella guerra, ne ha potuto vivere e testimoniare la inarrestabile parabola. Il collasso di un esercito che nonostante l’armamento di cui disponeva, in molti casi dell’ultima generazione e mai testato prima di allora sui campi di battaglia, si trovbò a fronteggiare un nemico, spesso invisibile, che aveva fatto della guerriglia, la sua arma letale e che si avvalse, sia della silenziosa ma determinante, alleanza della popolazione che dell’apporto dei consiglieri militari russi e cinesi e delle armi, altrettanto micidiali, fornite da Pechino e Mosca.
Ma non meno tragico della conclusione di una guerra che secondo gli strateghi del Pentagono avrebbe dovuto essere relativamente breve e comunque vittoriosa nell’esito finale, fu il ritorno a casa, in una patria da cui si erano sentiti traditi, di quelle migliaia di reduci, i Pows (Prisoners of war ndr), la cui esistenza fu da quel momento stroncata e che per anni furono l’immagine dolente dei “senza futuro”. Un trauma profonda da cui l’America forse non si è mai più ripresa ma che è servita a far sì che in nessun altro scacchiere del mondo potesse ripetersi un altro Vietnam. Il Popolo Usa non lo avrebbe mai potuto accettare ed alle grandi industrie belliche, che la guerra del Vietnam avevano alimentato, non è rimasto da allora che accettare, obtorto collo, l’onda lunga della protesta popolare. Tutto questo per spiegare ai Lettori, soprattutto ai più giovani, la cui ignoranza in materia di politica estera è purtroppo abissale, perchè non ci sarà nè un Trump nè un regime assetato di vendetta, come quello iraniano degli Hezbollah, che potrà m ai trascinare gli Usa, in un altro Vietnam. Anche perchè in questi quaranta anni gli scenari di guerra sono profondamente mutati e con essi gli interessi dei belligeranti. Pensare che sullo scacchiere mediorientale, in quella vasta area che oggi include Libia, Siria estendendosi sino all’Iraq ed all’Iran, gli Stati uniti possano fare, come pensavano in Vietna, un semplice esercizio muscolare, senza valutarne tutti i rischi, è impensabile. Ed è altrettanto improbabile che Teheran, nel momento in cui, seppur tardivamente, le grandi diplomazie, con la colpevole assenza dell’Europa, cominciano a parlare di dialogo, possa pensare di scatenare una guerra globale enza averne nè i mezzi nè gli alleati.
Romano Tripodi



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