SCILLA. Del Ponte sullo Stretto si parla da quando ero ragazzo, molti e molti anni fa. Chi a Scilla ha vissuto gli anni belli della infanzia e della fanciullezza lo ha sempre considerato una sorta di spauracchio e si è chiesto che fine avrebbe fatto la magia di un posto unico al mondo per la bellezza del Paesaggio e per la suggestione del Mito. Da adulti, anche quando il nostro legame con Scilla si è purtroppo attenuato abbiamo sperato che quel ponte, a campata unica, che avrebbe unito Scilla a Ganzirri, potesse rimanere soltanto una irrealizzabile minaccia. E lo abbiamo sperato anche quando, alla fine degli anni Ottanta, part+
il primo studio di fattibilità e si dette vita ad un vero e proprio Centro studi affidato, non si sa bene in base a quali criteri, all’allora direttore della Gazzetta del Sud, Nino Calarco, ottimo giornalista, di cui avevamo avuto modo di ammirare le capacità organizzative al Festival del Cinema di Taormina. Poi, come spesso accade nel Bel Paese, il progetto Ponte dello Stretto, passò in secondo piano. Il Centro studi, costato alcuni miliardi di vecchie lire, chiuse i battenti, ma questo non fu sufficiente a spegnere l’ardore, quasi una forma di accanimento, di tutti coloro che in questi ultimi venti anni, alla avveniristica costruzione a campata unica, la più lunga al mondo con i suoi tremila metri ed oltre, non seppero mai rinunciare. Esperti, politici e quant’altri che si sono distinti per una caratteristica che li ha accomunati: non conoscere nè la Calabria e tantomeno la Sicilia. Aver dimenticato che per realizzare gli ultimi tratti dell’Autostrada del Sole, la Salerno Reggio-Calabria vennero impiegati 40 anni e che sino a ieri, c’erano ancora cantieri aperti e chiusi a singhiozzo fra Palmi, Bagnara, Favazzina e Scilla. Chi oggi, Salvini su tutti, inneggia alla approvazione del Ponte sullo Stretto, votata in queste ore a maggioranza dal Senato della Repubblica, dimostra di non conoscere quali siano in realtà le condizioni della mobilità stradale e ferroviaria di queste due splendide regioni del Sud. Ed è proprio al loro miglioramento, con tempi di percorrenza degni di un Paese civile ed in progresso, che si sarebbe dovuto mettere mano prima di parlare del Ponte. Che senso ha sottolineare che su quel Ponte potrebbero transitare ogni giorno migliaia di auto e decine di treni, compresi quelli ad alta velocità, se prima non si riuscirà a modernizzare una rete ferroviaria che in alcune tratte della Sicilia è quella di mezzo secolo fa ed a rendere altrettanto scorrevoli le arterie stradali che collegano Catania a Trapani o Palermo ad Agrigento e Marsala.? Ma Salvini, e chi per lui, si è mai domandato quale impatto paesaggistico il Ponte potrebbe avere su uno degli angoli di mare più belli del mondo, assurto a Patrimonio dell’Unesco proprio per la sua bellezza? Se poi si vuole inneggiare al Ponte quale esempio di sviluppo e di occupazione, capace di dare lavoro a migliaia di tecnici ed operai, il Senato che lo ha votato. si è chiesto chi di questa ondata occupazionale finirà realmente di beneficiarne? La risposta per un “ragazzo di Scilla” è sottintesa ma i nostri parlamentari la ignorano o fanno vinta di ignorarla, come hanno fatto in questi ultimi cinquant’anni quando si è parlato di mafia e di ‘ndrangheta e della loro inarrestabile ascesa nelle istituzioni inquinate, nelle finanziarie, soprattutto del Nord, e nella Imprenditoria!
Romano Tripodi

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