Dare per finita l’era Marchionne è stato un colossale errore di comunicazione

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Apprendere della imminente fine di Sergio Marchionne, l’uomo ed il manager geniale cui la Fiat e la Crysler, dovranno gratitudine eterna e con loro gli oltre 230mila lavoratori del colosso automobilistico, ha costituito indubbiamente uno choc che non sarà facile superare, nel breve e medio termine. Ma annunciare a titoli di scatola sui media, come sta accadendo in queste ore drammatiche, la “fine dell’era Marchionne” ha costituito e costituisce un errore imperdonabile di comunicazione, un torto fatto sia agli uomini che sono stati chiamati a sostituire-impresa decisamente difficile- il manager italo-canadese che nei confronti dello stesso Marchionne. Un autogoal che la Fca, a partire proprio da John Elkann, il rampollo della famiglia Agnelli che ha vissuto, in simbiosi operativa con il suo infaticabile amministratore delegato i 14 anni di una sfida epocale, vincendola, non avrebbe mai dovuto avallare. Perchè se le parole sono pietre in questo caso sono autentici macigni, che dalle prime ore di stamane, hanno offerto alla speculazione finanziaria, la stura per un primo e strumentale attacco al settimo gruppo automobilistico del mondo. Io ignoro chi siano i responsabili della comunicazione in Fca ma alle commosse parole con le quali John Elkann ha annunciato ai dipendenti che “Sergio non sarebbe più tornato in azienda” ne avrei aggiunto altre fondamentali. Avrei detto loro che la preannunciata scomparsa di Marchionne non avrebbe mai significato la “fine dell’era Marchionne” proprio perchè gli uomini chiamati a succedergli, a partire dall’inglese Mike Manley, appena nominato alla guida del Gruppo, erano maturati e cresciuti all’ombra del loro Capo, di cui avevano appreso e condiviso le scelte per farle proprio quando, da qui ad un anno, Marchionne, come era nei programmi, avrebbe lasciato, la Fca, probabilmente per raccogliere nuove sfide, imbarcarsi in nuove avventure, al limite di una sana “follia”.

Romano Tripodi



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